Phänomenologische Interpretation von Kants Kritik der reinen Vernunft

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Klostermann, 1995 - Causation - 436 pages
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ONTOLOGIA MEONTOLOGIA E METALOGIA:
GLI "OLTREPASSAMENTI" DELLA METAFISICA
Scopo di queste note è l'illustrazione sintetica di quegli "oltrepas-
samenti" successivi e concatenati che costituiscono nel loro insieme la
"metafisica" come atteggiamento permanente ed essenziale del filosofare e,
per esso, dell'essere e del realizzarsi cosciente, "critico", della realtà dell'uomo.
Lungi dall'essere "oltrepassata", la metafisica perciò si realizza e acquista
senso come sapere e fare, come saggezza proprio in e attraverso questi suoi
oltrepassamenti, e non sistemandosi e chiudendosi in un sapere oggettivo
limitato, apparentemente compiuto e perciò stesso mistificato, espresso in un
linguaggio che oblia il vero senso e scopo della ricerca filosofica.
Resta valido qui quanto osservato e realizzato poi da Heidegger a par-
tire da Essere e tempo: "Se il problema dell'essere deve essere portato nella
trasparenza della sua storia genuina, occorre allora scalzare le radici della
tradizione e strappare i veli da essa distesi"... E' questa la celebre Destruktion
heideggeriana, che ha però il senso positivo e fenomenologico-critico di "una
distruzione da compiersi alla luce del problema dell'essere ed in vista delle
esperienze originarie in cui furono raggiunte quelle prime determinazioni
dell'essere che fecero successivamente da guida"1. Heidegger stesso sin dal
1927 precisa che "questa messa in chiaro della derivazione dei fondamentali
concetti ontologici ... non ha niente a che fare con una semplice relativiz-
zazione dei punti di vista ontologici ... non ha il senso negativo di una elimi-
nazione della tradizione ontologica" ma "vuole al contrario collocarla nelle
sue possibilità positive, ... definirla nei suoi confini". Heidegger ha quindi
propositi antistoricistici e anti relati visti ci, ed in definitiva già antinichilistici:
"la distruzione non vuol precipitare il passato nel nulla, ma ha intenti positivi
rispetto ai quali la sua funzione negativa rimane secondaria e indiretta"2.
M.HEIDEGGER, Essere e tempo, tr.it., Bocca, Milano-Roma 1953, p. 33.
Ibidem
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Giancarlo Penati
Questo superamento di psicologismo, storicismo, e poi di logicismo e
astrattismo essenzialistico, documentato dal precedente testo sulla Logica 3 e
guadagnato attraverso Husserl, Aristotele e Kant, è pienamente riaffermato
da Essere e Tempo nella sua originale riassunzione della fenomenologia,
applicata al problema dell'essere e alla sua storia.
Che la via intrapresa debba fare i conti con una difficoltà di espressione,
con una necessità di affinamento e di mutamento di linguaggio, Heidegger
ben sa e dichiara sempre in Essere e Tempo. Per "afferrare l'ente nel suo es-
sere" ... mancano sovente non solo le parole, ma prima di tutto la
'grammatica '..A Egli però qui ancora non suppone e non anticipa le varie
fasi e direzioni in cui dovrà esercitarsi tale mutamento, sino a una vera e pro-
pria trasvalutazione o a un rovesciamento (Kehre) del linguaggio e della
stessa ricerca; e tuttavia tali fasi e direzioni saranno proprio suggerite ed anzi
richieste dalla fedeltà al metodo di "aprimento dei fatti stessi" di origine di-
chiaratamente husserliana5, nel suo applicarsi costante al problema
dell'essere.
Quale documentazione minima di tale fedeltà citeremo soltanto due epi-
sodi, del resto ben noti: anzitutto l'impostazione complessiva della
Einführung in die Metaphysik che, realizzando nell'analisi dei "modi di dire"
l'essere le conseguenze della avvenuta Kehre, cioè del "nuovo" modo
heideggeriano di concepire la verità dell'essere, Yalétheia in quanto libertà
(da ogni determinata forma e limitazione nel suo apparire), come
espressione della "differenza", pone in crisi ogni pensiero e linguaggio
oggettivante circa l'essere. Ne deriva il celebre darsi come tolto
 

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