lussuosa e gaia, come quella di Rimini e altre contemporanee, nè cosi feconda di opere importanti; ma pure degna d'esser nota, e atta, senza dubbio, a favorire le tendenze letterarie ed artistiche di un giovane, come l'Uberti, e ad accendergli in petto quell'amor dell'arte e della gloria, che fu croce e delizia del nostro Rinascimento.

III.

DALLA SIGNORIA DI MALATESTA NOVELLO ALLA SIGNORIA DI CESARE BORGIA (1460-1499)

Gli studi dell'Uberti a Padova; maestri e compagni: Antonio Dandolo, Francesco Buzzacarini, Giov. Antonio Facino — L'Uberti presso Malatesta Novello — La morte del Novello e l'orazione funebre dell'Uberti — L'Uberti oratore — Il poeta a Rimini: Roberto Orsi, Atteone Ugone, Angelo Vadio; a Forlì: Codro Urceo; a Bologna: Filippo Beroaldo il vecchio — I carmi per la Casa Bentivoglio — L'Uberti nel Veneto: Giorgio Merula, Marc'Antonio Sabellico, Giorgio Valla, Ermolao Barbaro, Cassandra Fedele, Girolamo Maserio — I carmi al doge Leonardo Loredano e ad altri Veneziani — L' Uberti a Brescia; a Pesaro e nella corte di Giovanni Sforza — Gli amici di Pesaro: Giov, Francesco Filomuso, Camillo Leonardi, Giovanni Benevoli — L'Uberti a Urbino: i carmi a Guidobaldo e alla Casa dei Montefeltro — Gli amici d'Urbino: Ludovico Odasi, Lorenzo Astemio — L'Uberti a Fano: Antonio e Giacomo Costanzi; a Ravenna: Nicolò Ferretti — I carmi all'arcivescovo Filiasio Roverella — Le aspirazioni dell'Uberti a Roma — L'Uberti stabilmente in Cesena.

Anche l'Uberti, l'abbiamo visto testè, dice di essere vissuto presso il Novello, mantenuto e onorato da quel principe generoso; ma, quando e per quanto tempo, non è possibile dire se non approssimativamente. Se noi sapessimo come e dove visse in Cesena il padre del poeta, e potessimo affermare con qualche sicurezza ciò che, per mio conto, è tuttavia molto probabile, che cioè egli, se veramente era stato al servizio di Pandolfo e venuto con lui in Cesena, dovesse pur vivere in corte del Novello e continuare forse col nuovo signore il vecchio ufficio,1) potremmo certo con maggior precisione stabilire entro quali anni l'Uberti potè essere presso il Novello e partecipare alla vita della sua corte. Ad ogni modo, i termini di questo periodo non possono certamente variare che tra il 1455 e il 1465, in cui il Novello morì. Ma prima della morte del Principe, l' Uberti fu pure, e non v' ha dubbio, fuori di patria, per continuare quegli studi che, come abbiam visto, egli aveva intrapresi in Cesena e proseguiti fin circa il 1460, sotto la guida di Michelangelo da Panicale e di altri.

Il Masini, ho detto, afferma che l'Uberti, dopo Perugia, passò a studiare a Venezia ed a Padova, ma più specialmente a Padova, « ubi tantum abest ut tempus ullum labi frustra iuvenis nunquam otiosus pateretur ut dies cum noctibus legendo ac scribendo coniungeret ». Quanto a Venezia, l'Uberti vi fu di certo, ma, a quanto pare, probabilmente più tardi di questo tempo, come vedremo a suo luogo; a Padova invece, non v' ha dubbio ch'egli vi sia stato prima della morte di Malatesta Novello. Il lettore conosce già i carmi dell'Uberti a Maltosello Malatesta, e sa già che in essi il poeta prega

1) Cosi sarebbero anche più facilmente spiegabili le preghiere dell' Uberti a Maltosello Malatesta, di cui fra poco dirò, perchè richiamasse la benevolenza del Novello sul suo vecchio e disgraziato genitore.

l'amico a raccomandarlo al Novello e ad aver cura della sua famiglia; orbene, in uno di que' carmi il poeta dice appunto d'essere in Padova e mostra, con espressioni non dubbie, l'acuta nostalgia della patria e della famiglia:

Iampridem quid agas: Patavi mihi nosse cupido est.
Caesenae an modo sis: an mage bella geras.

(A. Lib. I Epist. 7).

L'Uberti dunque, probabilmente non prima del 1460 e certo prima del 1465, si recò a Padova per continuarvi i suoi studi. E che lo scopo del suo allontanamento da Cesena fossero gli studi, egli stesso, in più d'un luogo, ha occasione di dichiarare apertamente. Importantissima, a questo proposito, è un' epistola dedicata ad un Benedetto « eruditum amicumque suavissimum », ch'io stento molto a credere col Muccioli ^ sia il Capra perugino. Ed è importante, sia per questi particolari della vita dell'Uberti, sia per la conoscenza dell'animo e delle aspirazioni del giovane poeta. « Tu mi sei caro », gli scrive l'Uberti, « fin dalla mia più tenera età, e sei legato a me da verace amicizia: conservati così e abbiano ogni bene la tua casa ed i tuoi. Tu sei ben degno delle mie confidenze:

Tendere mens est

In Venetum patriam Antenoreosve lares.

Namque Minerva (potes dudum hoc novisse sodalis)
Pertentat pectus: solicitatque mihi.

« Che avverrà di me? Tu mi conosci e sai pure in che tempi viviamo:

[ocr errors]

Multo ego divitias novi sudore parandas.

Mitia non lentus sus valet esse pyra. Improbus (ut cecinit vates) labor omnia vincit

Desidia: ut Syren effugienda mihi. Quid faoiam in patria: nam quid rogo pauper? an idem

Fiam ut mendicus? Tum mihi vita gravis. Ingenuas toto mage pectore prosequar artis.

« E che Minerva mi assista!

Iam procul ergo libet patriis abscedere tectis.

Inque aliquot messes Patria cara vale. Nolle redire etenim sic stat sententia amice.

In patria aut aliquid nempe futurus ego. Non ego natus enim: non (tritum est Xobum ut apud nos)

Ut servare ollas dulcis amice velim.

« E voi, vecchi genitori, non opponetevi al mio proposito e lasciatemi al mio destino:

Nam semper fuero vestri et ubique memor.
Parcite vos humilis: vos supplex gnatus adoro.
Haud vir nullius nominis esse velim ».

(A. Lib. I Epist. 24).

Non nato dunque a vivere miseramente e oscuramente in patria, acceso dal sacro fuoco di Minerva, pronto alla fatica, desideroso di quella gloria che fu una delle aspirazioni più intense di quella età, attratto fors'anco dalla fama dell'Ateneo padovano, più che spinto dalla mancanza in patria di abili maestri, l'Uberti, circa il 1460 o poco dopo, facendo forza a' suoi caldi affetti figliali, ma coll'animo riboccante di ridenti speranze, lasciava la casa paterna e la sua Cesena, dove assai probabilmente egli non godeva ancora il favore e la familiarità del Novello — se almeno alcune espressioni di quell'epistola non tradiscono la verità — e dove

« PreviousContinue »