La cultura è libertà

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Edizioni Mondadori, Jun 7, 2011 - Social Science - 176 pages
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«Nella cultura il solo fare cenno a un possibile diverso assetto, a un diverso modo di intenderla, è considerato alla stregua di un sacrilegio. Così è e così deve restare, unica cittadella che ancora resiste alla marea montante della barbarie.» È l'urgenza di intervenire contro questo perverso intreccio di conformismo e corporativismo che ha spinto Sandro Bondi, dopo la sofferta decisione di dimettersi da ministro per i Beni e le Attività culturali (come testimonia la toccante lettera al Consiglio dei ministri qui pubblicata), a tratteggiare le linee guida di una nuova politica a favore della cultura, alla luce della specificità del nostro paese. Nel secondo dopoguerra l'Italia ha vissuto l'anomalia di essere la nazione europea con il più grande Partito comunista occidentale, il quale, sulla base del concetto gramsciano di «egemonia» e di quello togliattiano di «politica culturale», ha operato la scelta strategica di colonizzare il mondo della cultura per creare il più ampio consenso sociale alla propria ideologia e preparare così il terreno all'avvento della Rivoluzione. Con il crollo del socialismo reale e la scomparsa del Pci, che ha vanificato l'illusione della sinistra di poter conquistare il potere, il quadro muta radicalmente: il «nobile» ideale dell'egemonia si corrompe nell'ossessiva attività agitatoria «a prescindere» della sinistra postcomunista, che demonizza l'avversario e oppone un rifiuto categorico a ogni possibile mediazione. In linea con la sua attività di ministro e a fronte dell'enormità dei beni culturali da preservare, Bondi ritiene necessario riservare il sostegno statale ad alcuni ed elaborare invece per gli altri nuove forme di autofinanziamento, grazie a opportune strategie di promozione e valorizzazione. Lo scopo è quello di favorire lo sviluppo di una cultura più aperta e «democratica» che, affrancata dalla soffocante tutela dello Stato, accetti di farsi giudicare dai cittadini e li coinvolga direttamente, beneficiandoli dei propri tesori. Al fondo di questa concezione c'è la «fede nel bello e nel buono, la scommessa nell'elevazione spirituale dell'uomo», perché la cultura, «il luogo dove si è depositato il meglio che l'umanità abbia saputo produrre nel suo lungo cammino», non può essere appannaggio di pochi, ma deve arricchire la vita del maggior numero possibile di cittadini.
 

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introduzione
3
Le ragioni dellodio e il paradosso italiano 88 Due reazioni
109
conclusione
163
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