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che levare la polvere dalla tua dipintura, tolto alla medesima i suoi veli leggeri, quelle mezze tinte da maestro, e quella esimia bellezza che si può vedere e sentire, ma non restituire, se annebbiata, se non da chi sia egualmente maestro dell' arte. Ed io, mio buon Francesco, non sono tale!

Vagliami però, presso te, il mio buon volere, tu che il vedi qual è pienamente, e valgami a interceditrice se non altro Laura tua, che tu in Sofonisba adombrasti, e che io spero d' aver fatta più nota nel suo intimo, e quindi resa più cara. Io ti ho letto, studiato, adorato ma tu il dicesti:

Che stilo oltre l'ingegno non si stende;
E per aver uom gli occhi nel Sol fìssi,
Tanto vi vede men, quanto più splende.

LIBRO PRIMO

L'uom per virtù cóspicuo e per tremendi Fatti di guerra, cui primier la ricca Di commerci fiorenti Africa, vinta Sotto l'itale spade, ha dato il nome, Narrami o Musa. Dissetarmi al sacro Fonte Eliconio mi si doni, e l'acque Suggerne scarse de' suoi dii zampilli, Dolci Sorelle, mia cura soave, Se cose eccelse, di voi degne, io canto. Al mio diletto campicello, ai prati, A'miei limpidi fiumi, ai colli aprichi, Ai silenzii alti della terra sola, Al lene susurrìo delle mie fonti, Ai sospirati delle selve brune Ozii misteriosi or mi ridona Fortuna, e voi gli usati spirti o i carmi Ridonate al Poeta. E tu Speranza Certissima del mondo, e dei celesti Gloria e decoro, che la nova etate Vincitore dei Numi e dell' Inferno

Chiamando invoca, o tu, che l'innocente
Salma mortal, da te vestita, offristi,
Espiatrice vittima, all'Eterno
Che la percosse d'ogni piaga, e fosti
Vincitor della colpa e della morte,
Tu m' aita, Signore. Allor ch' io torni
Dall'arte di Parnaso, un pio tributo
Di carmi ti porrò, se a te dei carmi
Piaccia l' offerta, ov' altro sia, di pianto,-
Che ben da lungo tempo io ti dovrei.

Tu pure eccelso del Trinacrio Regno
Moderator, d'Esperia alto ornamento,
Gloria del nostro secolo ed amore,
Pel cui giudizio di seder tra i vati
Fui tenuto per degno e la mia fronte
Ombrar del Lauro, mio lungo desio,
E chiamarmi Poeta, or mi soccorri.
Al dono mio, che trepido s'accosto
Al tuo tetto ospital schiudi la porta
E lo ricetta con fronto serena.
Pacatamente il leggi, allor che tace
Ogni altra ardua tua cura, e avverrà forse-
Che pur colà ti aggrada e del concesso
Favor non abbia tu a dolerti infine.
Oltra ciò tu il cammino aspro degli anni
Gli farai piano, sì che alla lontana
Posterità senza periglio arrivi.

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A

Chi dannare oserà quel che a te piacque?
Ma se nol sa, l'esperto alza la voce
Scrutatore maligno, e non s'arresta.
Tu con un cenno tuo, con un tuo verbo
Ciò puoi far degno, che da sè non l'era.
Riguarda ai doni ai sacri templi affissi
Come li adora il popolo temente!
Di là li togli, e i sprezzerà. Di quanto
Possa giovarmi il tuo favor, tu vedi.
Oh! la tua fama coprami coll'ale;
Sotto quell'ombra io poserò, sicuro
Dal velen dell' invidia, e del tuo nome
M'armerò contro il.tempo, e sia con esso
Alla sacra obblivion tolto anche il mio.

Inclito Re l'accetta, oh tu l'accetta,
E la pia destra stendi e i lumi inchina;
Forse che io grato, un dì, de' merti tuoi
Alzi le laudi, in altro metro, al Cielo.
Per qualche tempo ancor, tregua all'estremo-
Passo la morte m'acconsenta, e questo
Voto sia pieno. Gli alti fatti e il Nome
Dirò del Rege Siculo, narrati
Non già da voce che venìa lontana
E di loco e di età, ma da noi visti.
Sogliono quei, cui tal cura fatica,
Nel tempo che già fu, spinger lo sguardo,
E chiedono narrar opre cui sopra

Stampò il suggello lo millesim' anno:

Disprezzatori o di tentar non osi

Quanto da più vicina ora s'impronta.

Nullo alla propria età volse lo sguardo

Forse perchè nei campi, ove del vero

Vela il tempo la faccia, abbia più franco

Volo la Musa, e non appaia ov' erri.

Di Troja quindi un canta la ruina,

Di Tebe un altro, e il gioAinetto Achille

Sotto la veste femminile occulto;

Quegli empie delle grandi ossa latine

Gli Emazii campi orrendi, e piange e impreca

L'empie sterminatrici ire fraterne!

Anch'io delle gagliarde opre di guerra

D'altro tempo dirò, dirò la fera

Africa incontro dell'Ausonia gente,

Con tant'ire e tant'anni e tante posse,

Vincere e battagliar, poi vinta e doma,

Davanti del Latin Marte prostrarse.

Ma tu nel cor mi sarai sempre, e insonne

Pungerammi il desìo, dal gran viaggio

Tornarmi a riva, a te cantar più esperto

Ch' oggi non fossi; e che mi tarda omai?

Come debile or son, come son lasso

Appo te, mio Signor! La lunga via

Affrancherà l'ingegno, e con più destri

Auspicii allora il tenterò, con salde

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