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autorità e valore ai diritti propri della nazionalità italiana, il Gioberti, pur ammettendo che il papa come capo della cristianità, godesse della protezione dei principi e delle nazioni cattoliche, dimostrava che l'uso delle armi loro a difesa della podestà spirituale avrebbe anzi disonorata e avvilita la cattedra di Pietro. Additava per ciò i mezzi pacifici e morali come i soli veramente utili a proteggere il sommo pastore perché più conformi e propri al suo carattere religioso. Che se la forza fosse divenuta assolutamente necessaria alla protezione del pontefice, nessun' altra potenza, fuori dei governi italiani, avrebbe dovuto fornire le armi necessarie alla restaurazione dell'esule principe, poiché, essendo il dominio temporale dei papi un fatto umano, ne potendosi dedurre dalla podestà spirituale loro che il pontefice non fosse un principe italiano, ogni protezione straniera doveva tenersi in giusti limiti, affinché non ne andassero offesi i diritti della nazionalità e dell'indipendenza italiana, i quali non erano meno sacri dei diritti della santa Sede. Era quindi naturale che solo ai principati della penisola, cattolici tutti e taluno anche nelle migliori condizioni di esser chiamato alla difesa, spettasse, e non già a pellegrine spade, la protezione armata del papa. Se invece questa protezione dovesse essere attribuita agli stranieri, l'indipendenza italiana, la quale era conforme ai principi del diritto pubblico cristiano, sarebbe stata per sempre impedita, e il pontificato, anziché gloria ed onore della penisola, ne sarebbe divenuto un pegno di servitù.

Egli é che in realtà, in quei giorni tutti gli sforzi dell'abate ministro tendevano, con l'aiuto del Rosmini, a conciliare Pio IX col suo popolo, mercé sopratutto la conservazione degli ordini costituzionali; e la conciliazione sembrava al Gioberti, anche fuori dei superstiti affetti guelfi, tanto più necessaria quanto maggiore era il pericolo che l'Austria tornasse ad accamparsi per la difesa del papa nel cuore d'Italia, a riprendere in questa, a danno del Piemonte, l'antico predominio e ad annientarvi le giovani libertà. Ad allontanare tanto pericolo tutti i mezzi che l'alto intelletto gli suggeriva aveva cercati il Gioberti. Mentre s'adoprava a indurre il governo romano alla moderazione — e sulle prime, di fatti, parve, con la presenza del Mamiani, a moderazione inspirato ogni atto del ministero — offriva al papa, in nome di Carlo Alberto, con una speciale missione affidata a monsignor Alessandro Riccardi Di Netro, vescovo di Savona e al marchese di Montezemolo ospitalità al pontefice, a Nizza o in qualunque altra terra del regno che più gli fosse gradita, e nello stesso tempo, se veramente Pio avesse avuto bisogno d'aiuti per far ritorno a Roma, esortava ch'essi non fossero d'armi straniere. Ma il papa, sul quale ormai nel concitato esilio avevano maggior possanza i sospiri e i mormorii della corte i consigli dei ministri stranieri e specialmente gli eccitamenti del cardinale Antonelli, tutto risoluto al castigo, accolse cortese gli oratori sardi, ma restò fermo al diniego, dichiarando che non intendeva allontanarsi di più dal suo regno perché non si credesse ch'egli avesse perduta la speranza di farvi presto ritorno. E come i due legati insistettero, dimostrando che il soggiorno in terra piemontese avrebbe reso anzi più facile la conciliazione co' sudditi e affrettato il bramato ritorno e che, ad ogni modo, all'ombra della croce sabauda il pontefice avrebbe trovato nel re, nei ministri, nel popolo animi aperti ad ogni altro confidente aiuto, Pio IX ribatté piuttosto severo, ricordando come la Lega dei principi non aveva potuto comporsi per le difficoltà opposte dal governo sardo e come questo fosse veramente in cotal modo in qualche colpa fin dal giorno che s'era co' proprj agenti avvicinato a Roma alla rivoluzione. Contro sì rigidi accenti e i mal celati rimproveri e i diffidenti spiriti del papa invano cercarono gli oratori sardi di opporre che il Piemonte era deciso a riprendere i maneggi della confederazione perché convinto che con essa si sarebbe meglio provveduto alla pace di Roma senza bisogno delle armi straniere, le quali, anziché por fine ai mali, per il fatale accendersi di sdegni e d'ire contro la corte papale, li avrebbero certamente incruditi. Invano i legati argomentarono altresì potersi, cercando una più stretta unione di Napoli con Torino, recare al principato romano il beneficio di un gagliardo presidio di tranquillità e d'ordine: Pio IX fu irremovibile, perché riteneva che, essendo arduo ogni accordo tra i due governi del Piemonte e di Napoli, soltanto di fuori egli poteva aspettarsi la propria salvezza. Né migliore sorte ebbe il tentativo del Gioberti a Parigi, dove aveva cercato di persuadere il governo della repubblica che il miglior mezzo per salvare il regime costituzionale a Roma e rinsaldare con l'ordine la podestà del principe era quello delle armi sarde. E, in fondo, ancorché, con il ritirarsi del Mamiani dal ministero, il Gioberti avesse perduto un valido e convinto artefice di concordia, parve che, nonostante le fiamme repubblicane ond'era ormai circondato il governo romano e l'eccitazione dei Circoli e delle fazioni, monsignor Muzzarelli, che frattanto, sopite le intime diffidenze verso il Piemonte conquistatore, s'era impegnato a fornirgli un corpo di milizie e di lasciar occupare dall'esercito sardo alcuni punti strategici dello Stato pontificio nel caso che si fosse riaccesa la guerra con l'Austria, assecondasse gli onesti sforzi del ministro subalpino per la conciliazione. Dalla quale, nonostante nuovi tentativi del Piemonte con un'altra missione del conte Martini a Gaeta, continuò Pio IX ad essere alieno, sembrandogli ormai troppo tardi parlar di pace, quando Roma era sfrenata alla demagogia, né poter rifiutare il soccorso straniero quando i supremi interessi della Chiesa dovevano prevalere su quelli d'Italia.

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In realtà, adunque, il Gioberti, con quel suo disputare con la diplomazia spagnuola e con queh' affannarsi a richiamare il papa ad una più ponderata valutazione delle ragioni d'Italia per evitare a tutti l'onta di un nuovo intervento armato degli stranieri, imprimeva alla politica del Piemonte un indirizzo risolutamente nazionale, quando ancora i più non vedevano oltre la regione e negli stessi governi democratici di Firenze e di Roma non era tuttavia molto gagliarda la brama né molto viva e salda la fede dell'universale unione. E per ciò con la coscienza di rappresentare veramente l'Italia, — mentre a Gaeta cercava di confondere quanti, con l'Antonelli, spingevano al rigore e d'inspirare invece al pontefice sentimenti più degni di un buon pastore verso il suo gregge smarrito, e a Firenze e a Roma tendeva a persuadere a più temperati consigli — tentava a Napoli, dove riteneva necessario operare per riuscire a Gaeta, l'ardua impresa di attrarre quel re alla causa italiana, credendo tuttavia ancora possibile ciò che i precedenti ministri sardi non avevano fatto, e di cui aveva già mosso loro un dì aspre censure: adescare, cioé, il Borbone all'unione e all'indipendenza italiana. Per ciò, a togliere ogni sospetto d'intenti ambiziosi e d'intrighi rivoluzionari con Roma e con Toscana, il Gioberti, mandando ministro a Napoli il senatore Giacomo Plezza al posto del Collobiano, gli dava formale cura d'indurre il re a entrare nella confederazione italiana — ciò che rispondeva all'antico invito del Trova e dello Spinelli e cancellava i sospetti nudriti verso il Piemonte — e ad eleggere, esclusa la via del suffragio universale, i deputati alla Costituente nazionale che « nei termini proposti dal gabinetto di Torino a quelli di Firenze e di Roma, si annoda col genio della monarchia costituzionale, e non offre alcun pericolo per la sicurezza del trono e dell' ordine pubblico ». Il patto federativo — avvertiva quindi il Gioberti — ordinato in maniera che ogni Stato dovesse conservare l'autonomia sua propria, lungi dal nuocere alla corona, ne avrebbe anzi accresciute le forze, conciliandole le simpatie dei popoli, « togliendo agli stranieri ogni occasione o pretesto «f intervenire nelle e--se nostre », e facendo specialmente riacquistare al governo napoletano l'affeziono dei sudditi. Chò altrimenti, per le trascorse vicende, si sarebbe sempre più indebolita, con i dissapori del regno, la causa della monarchia, col pericolo di altri tumulti, se non vi si recava pronto ed efficace rimedio. E, a meglio interessare ed impegnare il re alla proposta, il Gioberti voleva che gli fosse dimostrato poter poi la Dieta federale stessa, senza ricorrere alle mediazioni esterne, « che sono poco dignitose e sempre pericolose », farsi naturale mediatrice delle differenze insorte tra Napoli e Sicilin, e risolverle equamente con mutua soddisfazione delle due parti, < come una lite domestica pacificata dai membri medesimi della famiglia ». Di più, voleva che al re fosse altresì annunziato il proposito di Carlo Alberto di mandare in Sicilia un suo legato per trattare della rappresentanza sicula nella Costituente, con la quale rappresentanza, senza pregiudizi della questione di diritto perla soluzione del problema politico dell'isola ribelle, non si sarebbe mutato in nessun modo lo stato presente del conflitto con la corona di Napoli, né arrecato a questa alcun danno; ché anzi « il concorso simultaneo del governo siciliano e del governo napoletano allo scopo comune della confederazione potrà servire di mezzo a ravvicinarli ».

Senonché veramente troppo forte era nel Borbone la fede nei principi opposti a quelli che inspiravano l'opera del Gioberti; troppo grande la convinzione che tutti i mali presenti fossero da attribuirsi alle riforme, all'eccitazione liberale e ai tristi esempi dati dal Piemonte e dai suoi maggiori uomini, e troppo radicato e generale il sospetto su tutta l'azione politica del go

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