Opera quae supersunt omnia: Tractatus theologico-politicus. Compendium grammatices linguae Hebraeae

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B. Tauchnitz, 1846
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Il problema dello spinozismo
condizione della trasparenza razionale, con l’apparente contingenza delle cose) nel tentativo di rintracciarvi la leibniziana distinzione tra verità necessarie e verità
contingenti (82).
Anche in questo caso, dunque, l’interpretazione di Mendelssohn è ampiamente arbitraria, condizionata dalle preoccupazioni leibniziane della Teodicea e dalla precostituita urgenza assolutoria rispetto alle invettive correnti e alle offensive liquidazioni. Così lo sforzo profuso per illuminare il fraintendimento a fondamento del fatalismo spinoziano risulta scarsamente suffragato dai testi e lo spirito ne è in ogni modo travisato su risvolti non secondari. Tuttavia è proprio su questioni scottanti nel dibattito interno e esterno alla scuola wolffiana (come quella, appunto, del nesso possibilità-esistenza o della natura del contingente) che Mendelssohn potrà costituire un riferimento per gli autori successivi, intravedendo convergenze che si riveleranno stimolanti per ulteriori revisioni e per la posteriore discussione, come documentano gli itinerari lessinghiani e herderiani.
Confutazione di Spinoza: sostanza e infinito
La tredicesima lezione delle Morgenstunden [Spinozismus - Pantheismus - Alles ist Eins und Eins ist Alles - Widerlegung] che introduce la discussione indiretta delle affermazioni lessinghiane e delle tesi jacobiane, rievoca, a volte puntualmente, le indagini dei primi due Philosophische Gespräche, e soprattutto ne riproduce l’atmosfera wolffiana, tanto nelle argomentazioni quanto nella scelta dei problemi, denunciando già in questo un proprio limite intrinseco, amplificato dall’aggiornamento delle analisi e in ogni caso dalla paradossalità dell’approccio di Jacobi.
Il punto di partenza richiama la disamina della Theologia Naturalis:
«Gli spinozisti affermano che noi stessi e il mondo sensibile fuori di noi non siamo nulla di per sé consistente, ma semplici modificazioni dell’infinita sostanza. Nessun pensiero dell’Infinito potrebbe conseguire l’esistenza al di fuori di Lui e a prescindere dalla sua essenza; quindi si dà solo un’unica sostanza dall’infinita capacità di pensiero e dall’infinita estensione. Dio, dice lo spinozista, è l’unica sostanza necessaria e anche l’unica possibile, tutto il resto vive, esiste e è connesso, non fuori di Dio, ma come modificazione dell’essenza divina. UNO È TUTTO E TUTTO È UNO « (83).
Il taglio è senz’altro reminiscente delle osservazioni del secondo dei “colloqui filosofici” e nel linguaggio tecnico (“Denkungskraft”, “zum Wirklichkeit gelangen”), oltre che nelle implicazioni, fa trasparire la lezione wolffiana sull’acosmismo di Spinoza. Sono in ogni modo le riflessioni introdotte a confermare le matrici di questo estremo impegno mendelssohniano.
Il primo argomento addotto per illustrare la fragilità delle tesi spinoziane è, infatti, quello che, muovendo dalla presunta confusione tra infinito intensivo e estensivo, punta alla contestazione della unicità sostanziale, un classico delle confutazioni anti-spinoziane che aveva paradigmatico riscontro proprio in Wolff, cui si richiama anche la distinzione ontologica contrapposta. Sottolineata la presenza di un’adeguata concezione dell’assoluto come notwendige Wesen e ribadita (dal secondo Gespräch) la dicotomia necessario-contingente (il finito che di per sé, anche in Spinoza, non giunge all’esistenza), Mendelssohn pilota il confronto sulla vera nota discriminante:
«Lo spinozista [...] afferma che c’è solo un’unica sostanza infinita, giacché una sostanza deve sussistere per sé, non aver bisogno di altro ente per esistere, e così essere indipendente» (84).
Sarebbe stato appunto il carattere radicale della definizione a comportare tutte le difficoltà e assurdità tradizionalmente denunciate, dal momento che, per corrispondere all’esigenza
82) Ibidem.
83) Scholz, op.cit., p. 3.
84) Ibidem, p. 5.
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